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...ALTRO DEL SITO > MONTAGNA: STORIE LEGGENDE

ERIU E COME NACQUE IL BITTO


(Inserito da Redazione il 14 Aprile, 2008 - 17:21)


La leggenda del mitico formaggio dei pizzoccheri e la storia delle sue Valli. Ecco l’affascinante racconto di Patrizio Del Nero, che ha raccolto questa incredibile storia in una notte di novembre, da personaggi davvero "speciali". Ancor oggi nelle Valli del Bitto, nelle notti buie, dai boschi proviene la voce del vento che racconta questa storia. Ma solo in pochi possono capirla, solo quelli che hanno ancora un cuore selvatico.

“Un giorno vi ricorderete di me”, con queste parole la vecchia vestita di stramaglie si dileguò nel bosco senza mai più farsi vedere. Il pastorello che udì quella sorta di monito corse all’impazzata verso la piccola baita di pietra che si trovava poco sotto, nell’alpeggio in cima alla Valle, per unirsi agli altri che accudivano le mucche.

Al suo arrivo, bianco in volto dalla paura, un po’ balbettante, i pastori lo aiutarono a calmarsi, lo fecero sedere attorno al fuoco al centro della baita con il tetto di legno e di rami d’albero e gli diedero un po’ d’acqua.

Per ben tre giorni il “càscin”(giovane pastore) non riuscì a parlare e i pastori non riuscivano a capire cosa potesse essergli successo. Infatti, per quattordici notti e quindici giorni il pastorello era rimasto con le poche capre nella parte più alta della vallata, a contatto con il cielo, per cogliere l’erba più pregiata che, facendola derivare dall’alpeggio chiamato nella lingua locale “mut”, era conosciuta come mutolina.

Il sole estivo riscaldava le giornate dei pastori tra le Alpi e la notte, sebbene portasse con sé il fresco di quota, era sopportabile. Dalle cime della vallata si vedeva all’orizzonte una grande macchia d’acqua alimentata da un corso che divagava nella pianura del fondovalle. Pochissime erano le abitazioni di pietra e di legno che si potevano scorgere poiché il fondovalle era molto acquitrinoso e la gente preferiva abitare a ridosso delle montagne o, ancor meglio, sulle montagne stesse.

La notte era illuminata solamente dal chiarore della luna e delle stelle, nessun’altra luce spezzava questo incanto, così che il buio sembrava protetto. Proprio per questo il paesaggio era magico. Nelle notti senza le stelle e la luna, la Valle era invisibile, imperscrutabile, ad un certo punto sembrava che non esistesse nemmeno. Il buio era impenetrabile e la vita si fermava, nemmeno il canto di un fringuello di quota o di qualche grillo notturno. Solo lo scorrere dell’acqua sui sassi ricordava che c’era qualcosa che non si era fermato, un po’ come il cuore, che anche mentre si dorme continua a pulsare. Il pastorello di nome Eriu viveva a contatto con questa solitudine, dormendo al riparo da una roccia sotto la quale aveva ricavato un giaciglio. Si coricava poco dopo il tramonto del sole che poteva ammirare da quella splendida postazione e si alzava alle prime luci dell’alba. La prima stella sorgeva proprio appena sopra il suo rifugio, e decise di chiamarla “la dì”, il giorno, o ancor meglio il buongiorno. Solo secoli dopo si scoprì questa curiosità linguistica, quasi a precedere il divino poeta della commedia.

Eriu era il nome dato dal padre al pastorello. Nell’anno della sua nascita, avvenuta nel cuore dell’inverno nella baita riscaldata dalle mucche mentre nevicava, il padre aveva incontrato durante la stagione estiva in alpeggio, un cacciatore venuto da lontano che pronunciava due sole parole, e una di queste era appunto Eriu.

Il Bambin Gesù doveva attendere ancora tre secoli prima di nascere nella stalla di Betlemme. I pastori e i cacciatori delle montagne regolavano la loro vita con il tempo della luna e del sole, e ad essi si rivolgevano per chiedere prosperità per i lavori della terra e abbondanti cacciagioni.

Nabìr era il nome del fratello maggiore di Eriu. La curiosità di questa famiglia è costituita dai nomi dei loro figli, mentre di quelli dei genitori nulla si sa ancor oggi. Il padre attribuiva i nomi in relazione a particolari circostanze. Nell’anno del concepimento del primo figlio era stato accompagnato per lungo tempo da un terribile raffreddore, causato da un’estate non molto favorevole perché sempre piovosa. Il bambino nacque proprio sul finire dell’estate, con il raffreddore ancora in corso, e l’umore viscoso che usciva dal naso rendeva nervoso e irascibile il povero pastore.

Quando dopo molte lune nacque il terzo figlio, la stagione estiva era agli inizi. Il sole era alto nel cielo, ma tutto d’un tratto si alzò un forte vento e le nuvole riempirono in men che si dica il cielo, cariche di acqua e illuminate da lampi e da tuoni fragorosi che rimbombavano nella vallata, e si scatenò un grande temporale. La madre nella baita cominciava ad avere le doglie, e così venne alla luce piangendo “sbèrlusc”.

Ma la famiglia del pastore doveva ancora completarsi e diverse stagioni dopo, mentre stava accudendo la cascina delle castagne, soddisfatto per la buona stagione estiva e per l’abbondante raccolto, alla madre che sistemava il piccolo fuoco, impedendo che si ravvivassero le fiamme per essiccare così le castagne, nacque “puiàt”, il quarto e ultimo figlio.

Erano passati tre notti e tre giorni dal monito della “strana figura”, venuta a trovarlo lassù tra le capre, quando Eriu riprese a parlare e raccontò ai pastori il suo incontro.





Image courtesy of Piero Gritti

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LO SPERONE DELL' AMORE PERDUTO

(Inserito da Redazione il 5 Marzo, 2008 - 15:34)


Si erge arida e imponente tra i ghiacciai del Morterasch e del Pers, a memoria immutabile di un amore tragico quanto profondo. E' l'Isla Persa, leggendario sperone di roccia in Engadina, attorno al quale - si racconta - aleggi ancora lo spirito della bella Teresa, che si spense di dolore per la perdita del suo amato, partito per la guerra.

Lo sfortunato amore tra Teresa e il giovane e valoroso Eratsch sbocciò tra le vette del Bernina e del Piz Palù quando la valle del Pers era coperta da verdi pascoli e abitata da centinaia di pastori.

Teresa era così bella, aggraziata e solare che tutti l'avevano soprannominata "la rosa della montagna". Aveva uno sguardo limpido e lunghi capelli castani, con riccioli sbarazzini che le incorniciavano il viso. Eratsch era alto, intelligente, un tipo silenzioso. Ma con due occhi verdi che parlavano solo a guardarli.

Ogni sera, gli abitanti della valle si riunivano nelle stalle dove tenevano il bestiame per pregare e chiacchierare al riparo dalla fredda aria glaciale che spesso spirava tra quelle montagne. Non mancavano contrasti tra le famiglie nè qualche scavezzacollo che ogni tanto faceva scoppiare qualche lite. Ma, tutto sommato, la comunità viveva tranquilla e anzi, era solita organizzare pranzi comunitari seguiti da festicciole danzanti.

Durante una di quelle feste, Teresa ed Eratsch si trovarono a ballare insieme. Fu amore a prima vista. Il destino era però loro avverso. Tra le loro famiglie non era mai corso buon sangue e le incomprensioni erano state inasprite, di recente, da diverse liti per alcuni appezzamenti di pascolo e il furto, sospetto, di alcuni vitelli.

Genitori e parenti fecero di tutto per separarli. Teresa venne segregata in casa per settimane, mentre la famiglia del giovane Eratsch preferì far partire il giovane per la guerra, piuttosto che vederlo spasimare d'amore per la ragazza, colpevole di essere nata nella famiglia sbagliata.

Dopo la partenza del giovane, Teresa cominciò a deperire e lentamente si spense. La tragedia venne tenuta nascosta al giovane Eratsch, che quando - dopo qualche tempo - tornò e si trovò di fronte alla scomparsa dell'amata, rischiò di impazzire per il dolore.

Una notte di bufera, Eratsch partì per la montagna. Scalò pareti strapiombanti, superò passaggi impervi, fino a raggiungere il ghiacciaio. Non tornò mai più.

Si racconta che il giovane si sia gettato in un profondo crepaccio del ghiacciaio. E che da laggiù, il freddo del suo cuore si sia propagato nei dintorni, congelando tutto ciò che trovava. Tutto venne inghiottito dal ghiacciaio, dal quale emerge, ancor oggi, solo quella rupe scostante e solitaria chiamata Isla Persa.

Si dice che nelle notti di bufera, come quella in cui scomparve il giovane Eratsch, sia possibile scorgere lo spettro della bellissima "rosa della montagna", che si aggira tormentata attorno alla rupe.

Sara Sottocornola




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L'OSCURA STORIA DEL PIZZO SCALINO

(Inserito da Redazione il 25 Gennaio, 2008 - 15:59)


Una cima tempestosa, che nelle notti di luna piena si trasforma in un campo di battaglia dilaniato dalle urla di furiosi guerrieri d'altri tempi. Questa è, secondo un'antica leggenda, la vera essenza del Pizzo Scalino (3.323 metri), affilata cima che troneggia tra la Val Malenco e la Val Poschiavo.

Per assistere all'incredibile trasformazione della montagna bisogna però aspettare la mezzanotte delle notti di plenilunio. Allora il ghiacciaio si fa spettrale, la cima diventa un grande castello e una grossa campana, nascosta nel ventre della roccia, fa risuonare macabri rintocchi.

Una croce appare all'improvviso sulla torre più alta del castello e sul ghiacciaio compaiono uno dopo l'altro decine di cavalieri in veste da combattimento, con ampi mantelli, che sfrecciano qua e là lanciandosi grida e saette.

La visione, che spaventa tutti gli abitanti di Caspoggio, Campascio, Prabello e Campagneda, scompare solo quando la luna tocca il profilo del castello. Ma può riapparire, ancor più cupa, nelle notti di tempesta.

Allora, tra i fulmini, riappaiono gli spettri dei cavalieri che hanno perso la vita in battaglia. Si rincorrono sulle creste, seguendo le folate di vento, e riprendono gli scontri senza badare a ciò che incontrano sul loro cammino.

Chi si trova sulle pendici della montagna durante queste terribili notti, è meglio che spranghi le porte della baita e stringa forte in mano un crocifisso. Secondo la leggenda, questo sarebbe l'unico modo per difendersi dalle malefiche presenze dei guerrieri del Pizzo Scalino.

Sara Sottocornola
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LA VERA STORIA DI BABBO NATALE

(Inserito da Redazione il 20 Dicembre, 2007 - 18:07)


Da noi è famoso come Babbo Natale, ma nel mondo si fa chiamre anche Santa Claus, Joulupukki, Kris Kringle, Died Maroz, e in molti altri nomi. In molti lo descrivono come un signore di rosso vestito, con la barba bianca, il pancione, e le guanciotte rosse. E fin qui niente di nuovo. Ma chi è davvero babbo natale? Dove nasce? Da dove arriva? Ecco la sua storia.

Gli sono state spedite milioni di letterine, ma a quale indirizzo? Bambini di tutto il mondo gli hanno affidato i loro desideri più grandi, fidandosi sulla parola però, perchè nessuno di loro l'ha mai visto. Gli hanno dedicato film, cartoline, costumi, addirittura spot pubblicitari e magliette. Il tutto a un perfetto sconosciuto. Chi è allora quest'uomo detentore di un così grande potere...chi è Babbo Natale?

Se interpellate un bambino vi dirà che è un signore col pancione, paffutello, con le gote rosee e una barba lunga lunga. Vi dirà che è tutto vestito di rosso, con i profili delle giacca di pelliccia bianca, perchè da dove viene lui (un posto imprecisato nel nord Europa, i più informati e grandicelli dicono in Lapponia) fa molto freddo. E poi si sa, di notte, la vigilia di Natale, in volo sulla slitta, è sempre meglio coprirsi.

Babbo Natale dunque, durante l'anno è impegnato nella sua fabbrichetta a fare i giocattoli, secondo le ordinazioni che gli arrivano direttamente con le letterine. Via posta, diciamo. Quindi il 24 sera esce di casa e porta i doni a tutti i bambini del mondo, se riesce, entrando nelle case attraverso i camini. Questo per i bambini, quelli più piccolini per lo meno.

Secondo fonti storiche invece, le cose starebbero diversamente. L'odierno Babbo Natale deriverebbe dal realmente esistito vescovo San Nicola di Mira della città di Myra (antica città dell'attuale Turchia). Si dice infatti, che il sacerdote fosse solito fare regali ai poveri.

La leggenda di San Nicola invece, è alla base della grande festa olandese di Sinterklaas (letteralemnte: "compleanno del Santo") che a sua volta, ha dato origine al mito ed al nome di Santa Claus nelle sue diverse varianti.

Il look di Babbo Natale però, sarebbe dovuto al personaggio russo di Nonno Gelo (Ded Moroz), anche lui portatore di regali ai bambini, vestito con una giacca rossa, stivali di pelliccia e con una lunga barba bianca.

Per quel che riguarda la sua cittadinanza, le versioni cambiano a seconda del paese. Negli Stati Uniti si sostiene che abiti al Polo Nord, che per l'occasione fa tutt'uno con l'Alaska, mentre in Canada il suo laboratorio è indicato nel nord del territorio. Per gli europei Babbo Natale sarebbe invece finlandese, per qulcuno del villaggio di Korvatunturi, in Lapponia. Altre tradizioni parlano di Dalecarlia, in Svezia, e della Groenlandia.

Le leggende di Babbo Natale insomma, sono tante e si perdono nella notte dei tempi. Antico e moderno, cristiano e pagano, si mescolano in un mix eterogeneo, così che è difficle oggi stabilire quale tradizione abbia avuto più peso delle altre. Strato su strato, la figura di quest'uomo rubicondo, è giunta ai giorni nostri, e non sembra proprio mostrare segni di cedimento.

I riti che lo accompagnano anzi, si moltiplicano, anche nella veste più commerciale. Negozi, marchi di prodotti, film, nessuno vuole rinunciare a rievocare il mito tanto amato. Addirittura in Canada è stato predisposto un apposito codice postale per le letterine: H0H 0H0, che al contrario suona come il famoso verso di Babbo Natale (ho ho ho!). Dal 1982 poi, oltre 13mila impiegati delle poste canadesi rispondono come volontari alle preghiere scritte dei bambini.

E se per qualcuno è solo un manichino che fa vendere di più, per altri diventa un'occasione per fare qualcosa di utile. Alcune associazioni di volontariato per l'infanzia per esempio, hanno deciso di vestire i panni di Santa Claus e di rispondere per lui alle missive provenienti dalle zone più povere o dagli ospedali pediatrici, e quando è possibile di rispondere concretamente alle richieste. Una bel modo insomma, per realizzare un bisogno e un desiderio.



Valentina d'Angella


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