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...ALTRO DEL SITO > MONTAGNA: STORIE LEGGENDE
LA LEGGENDA DELLA STELLA ALPINA
(Inserito da Redazione il 8 Febbraio, 2006 - 14:31)
La leggenda narra la nascita di uno dei fiori più belli delle Alpi. Senza dubbio il simbolo delle nostre montagne.
Sulla grande alpe nevosa viveva un montanaro con una figlia chiamata Stella. Il padre era grande, la figlia era piccola. Il padre era forte, la figlia era debole.
Stella aveva i capelli biondi, gli occhi celesti, la pelle bianca, le labbra pallide.
Il montanaro, accarezzandole la testa, le diceva: “stai attenta!”
Temeva che quel suo fiorellino delicato non resistesse al freddo della montagna. Infatti un brutto giorno, tornando di fuori, trovò Stella con le gote accese. In tre giorni la bambina volò in cielo.
Da allora ogni notte il montanaro usciva di casa, saliva sulla cima del monte, guardava il cielo stellato e chiamava: “Stellina! Stellina!”
Chiamava e piangeva. E le lacrime, cadendo, imprimevano una stella sulla neve.
La mattina, dov’erano cadute le lacrime di quel povero babbo, gli altri alpigiani trovarono sbocciati strani fiori mai visti. Sembravano fatti di neve ed avevano la forma di stella.
Erano le stelle alpine, fiorite in ricordo della bimba del montanaro.
Tratto da “Loveno Grumello e contrade”, di Giovanna Calvetti, 1987-88. Comune di Paisco Loveno.
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LO YETI, L' ABOMINEVOLE UOMO DELLE NEVI
(Inserito da Redazione il 2 Febbraio, 2006 - 14:22)
Questa leggenda narra di come gli Yeti siano scomparsi quasi completamente dall'area di Tarna, a nord-ovest di Namche Bazar, ed è legata alla vita e alla tradizione degli Sherpa della Valle del Khumbu, in Nepal.
Molti anni fa, gli Sherpa provenienti dall'est del Tibet attraverso il passo di Nangpa La, giunsero nel Khumbu dove rimasero affascinati dalla larga e verdeggiante valle di Tarna. Si organizzarono in una grande comunità di circa 15 case, e lì cominciarono a coltivare il terreno e ad allevare animali. Ma presto cominciarono a soffrire la perdita di parte del raccolto e del bestiame, e si resero conto che ciò avveniva per colpa di due tipi di yeti.
Sì, perché esistevano due tipi di Uomo delle nevi: il Mitee (da mi che significa gente + yeti) che è pericoloso per gli umani, e il Chutee (da chungma che significa animale + yeti) che è pericoloso per gli animali.
Entrambi amavano imitare i comportamenti umani e questo all'inizio sembrava una cosa buona. Infatti, quando il terreno era gelato e si doveva scavare per coltivare le patate, gli Sherpa lasciavano gli attrezzi nei campi sicuri che gli yeti, che li osservavano dalle montagne desiderosi di imitarli, avrebbero completato il loro lavoro. Così gli Sherpa lavoravano solo la metà del necessario e gli yeti finivano la parte rimanente.
La semina delle patate avveniva con uno Sherpa che scavava nel terreno e un altro che da lontano lanciava le piccole patate da semina nei buchi, che venivano poi ricoperti. Gli yeti man mano che il lavoro di semina procedeva completavano di notte l'opera degli sherpa. Quando finalmente venne il tempo del raccolto gli Sherpa gioiosamente cominciarono a raccogliere il frutto del loro lavoro e di quello degli yeti.
Ma questi ultimi, notata l'intensa attività nei campi, scesero dalle montagne portando via buona parte delle patate. La storia andò avanti così per molti anni. Gli Sherpa naturalmente sapevano che la perdita di buona parte del raccolto era dovuta agli yeti, ma temevano di avventurasi nei campi di notte e di incontrarne uno.
Non era più possibile distinguere un Mitee da un Chutee. Per spaventare gli yeti, senza fare loro del male, provarono a collocare nei campi degli spaventapasseri, ma non ebbero successo. Alla fine, ormai esasperati, decisero di risolvere la situazione, in un modo o nell'altro, e la comunità si riunì per trovare una soluzione.
Uno Sherpa propose: "Dato che gli yeti amano imitarci, dobbiamo fare qualcosa sfruttando questa loro abitudine. Io ho un'idea: prima di tutto bisogna che tutti i membri della comunità preparino una grande quantità di forte chang (birra di orzo)".
E così fecero.Pochi giorni dopo si riunirono ancora e lo stesso uomo disse: "Tutti gli sherpa preparino dei coltelli di legno". Molti tra di loro erano perplessi, ma ascoltarono quell'uomo, che era divenuto una specie di leader, e prepararono i coltelli. Fino a che, nell'incontro successivo, lo Sherpa spiegò il suo piano interamente.
Attesero le migliori giornate di bel tempo affinché gli yeti potessero vedere bene dalle montagne quello che veniva fatto. Organizzarono una grande e ben visibile festa e la prima parte di questa fu tranquilla e piacevole. La loro allegria era evidente, mangiarono, risero e bevvero avidamente dai loro tongba (scodelle di legno) attraverso cannucce di canna.
Ma non bevvero chang, perché i tongba erano stati riempiti di acqua. Fecero finta di essere ubriachi e cominciarono a camminare male, a spingersi e a vomitare, scendendo barcollanti verso il fiume dove molti di loro caddero nell'acqua.
Poi, simulando un litigio, cominciarono a colpirsi con i coltelli di legno. Alcuni cadevano e venivano portati a spalla, e la loro lotta sembrò così reale che gli yeti, guardandoli dall'alto, pensarono che doveva essere una festa molto divertente e appassionante. Appena gli Sherpa si allontanarono, chiedendosi se il loro stratagemma sarebbe riuscito o no, gli yeti si avvicinarono al luogo della festa e naturalmente imitarono perfettamente i gesti degli sherpa.
Nel frattempo gli Sherpa avevano scambiato l'acqua con il forte chang preparato in precedenza e i coltelli di legno con altri coltelli, veri e affilati. Gli yeti non avevano mai bevuto bevande alcoliche e l'effetto del chang fu immediato.
Cominciarono a litigare e a combattersi, incattivendosi l'uno con l'altro, e in breve, presi i coltelli, cominciarono a colpirsi. Di tutti gli yeti giunti alla festa non ne rimase uno vivo e la loro comunità venne così quasi interamente distrutta. Diciamo quasi perché una di loro, incinta, non partecipò alla mattanza. Partorì in seguito e i pochi yeti che si possono oggi trovare sono i suoi discendenti.
Note a proposito degli yeti:
1. Se state seguendo uno yeti ricordate che i loro piedi sono rovesci e le loro orme al contrario; quindi se continuate nella direzione naturale dei piedi vi allontanate da loro!
2. Le mamme yeti partoriscono 2-3 piccoli ma solo uno di loro sopravvive. Infatti, quando attraversano i grandi fiumi himalayani, portano uno ad uno i loro piccoli da una parte all'altra. Ma quando tornano a prendere il successivo, quello che hanno appena portato le segue e viene travolto dalla corrente. Solo uno si salva, l'ultimo.
3. Non è facile riconoscere la presenza di uno yeti dal verso che emette, infatti gli yeti producono diverse varietà di suoni. Quando scappano e sono lontani fanno il verso del cavallo. Quando si stanno avvicinando fanno dei rumori simili a due pietre battute una contro l'altra (clack-clack). Quando sono vicini fanno dei suoni che sembrano quelli dei cuccioli di cane. Gli altri suoni non sono stati ancora ben definiti.
4. Se incontrate uno yeti è perché siete dei miscredenti e comunque incontrare uno yeti è sicuramente un cattivo segno, la sfortuna sarà dalla vostra parte.
5. Cosa li spaventa? Il fuoco, il fumo e l'odore del legno di pino, perché il pino cresce a basse quote e gli yeti, annusandolo, credono di essere scesi troppo in basso e di conseguenza fuggono (è tradizione locale tenere del legno di pino a portata di mano…)
Gian Pietro Verza e Mingma Tenzing Sherpa
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LE STREGHE DEL BURRO TERRORIZZANO L' ALTO ADIGE
Da molti secoli all'Alpe di Siusi (Alto Adige) si narra dell'inquietante presenza di creature maligne...
Chi ci crede giura di averle viste - o almeno sentite - sull'altopiano dello Sciliar, all’ombra di incantevoli cime come il Sassolungo e il Sassopiatto.
Si tratterebbe di creature magiche e irraggiungibili il cui unico divertimento è far impazzire i poveri esseri umani a suon di malefici, sortilegi e incantesimi del tempo, del latte, del bestiame.
La località di Saltria, per esempio, sarebbe infestata dalle "streghe del burro". Due donne che passavano il loro tempo chiedendo l’elemosina. E che avevano lo straordinario potere di far ammalare o guarire le mucche. Erano così malvagie da augurare persino ai bambini di prendere la febbre o di rompersi una gamba, racconta la leggenda.
L'aspetto non era certo da top model. La strega Tschelmerin di Piè di Sotto, aveva una grande gobba sulla schiena ed era soprannominata “Jüggale”. Inutile dire che era zitella. La sua compare, chiamata “Kneppin” invece era sposata. Con un uomo che, bontà sua, in gioventù aveva lavorato duramente in miniera.
Gli scherzi delle due streghe, si narra, erano il terrore degli abitanti del loco. Come quello combinato alla contadina del maso Platider. La povera donna era impegnata a fare il burro per sfamare la famiglia. Ma, resta di stucco è un barbatrucco, in men che non si dica nel secchio, invece del latte, si è ritrovata un disgustoso topo.
Colpa del sortilegio delle streghe. Che per giunta si fecero beffa di lei, intonando un’odiosa rima: “Contadina del Platider, che vuole fare il burro, che il burro lei non farà, oplà! Solo crema impazzita farà, aha! E un topo nel secchio troverà!”.
Nefandezze da figlie di Belzebù. Fatto sta che ogni notte, allo scoccare della mezzanotte, tutte le streghe si ritroverebbero ancora sul Petz, il punto più alto dell’altopiano dello Sciliar. Per celebrare i loro sabbah e le loro feste malandrine. Ma attenzione: a nessuno è permesso assistervi, pena la pazzia eterna. Roba da far crepare di rabbia le "bestie di Satana".
Certo è che di questa leggenda resta un affascinante intarsio nel legno a pochi passi dalla stazione alta della seggiovia Florian, in località Saltria (nella foto).
Ma son tempi duri anche per Lucifero e compagni. Così ecco delle "streghe" dall’indole mansueta che si offrono di accompagnare sciatori e turisti, grandi e piccini, a visitare questi luoghi incantati.
Sara Sottocornola
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LA LEGGENDA DELLA GRIGNA
La nascita di una delle più belle montagne della Lombardia, narrata dai versi di una canzone popolare che risale al medioevo
Alla guerriera bella e senza amore
un cavaliere andò ad offrire il cuore;
cantava: "Avere te voglio o morire!".
Lei dalla torre lo vedea salire.
Disse alla sentinella
che stava sopra il ponte:
"tira una freccia in fronte
a quello che vien su".
Il cavaliere cadde fulminato.
Ma Dio punì l'orribile peccato
e la guerriera diventò la Grigna,
una montagna ripida e ferrigna.
Anche la sentinella,
che stava sopra il ponte,
fu trasformata in monte
e la Grignetta fu.
Noi pur t'amiamo d'un amor fedele,
montagna che sei bella e sei crudele.
E salendo ascoltiamo la campana,
d'una chiesetta che a pregare chiama.
Noi ti vogliamo bella
che diventasti un monte;
facciamo la croce in fronte:
non ci farai morir.