www.fungofollia.com


Vai ai contenuti

Menu principale:


Pagina 2

...ALTRO DEL SITO > MONTAGNA: STORIE LEGGENDE

LA LEGGENDA DI SANTA LUCIA

(Inserito da Redazione il 13 Dicembre, 2007 - 17:51)



Giocattoli, dolci, mandarini o luccicanti decorazioni per l'albero. Questa notte, Santa Lucia è passata col suo asinello nelle case di migliaia di bambini, per lasciare i tanto sospirati doni natalizi che, dalla bergamasca alle venezie, sono portati da questa "santa della luce" e non dal tradizionale Babbo Natale.

La leggenda di Santa Lucia vive da secoli tra le Alpi Orientali. Durante la notte più lunga dell'anno, la Santa torna sulla Terra su di un carretto carico di doni, da lasciare a tutti i bimbi che si coricano speranzosi di risvegliarsi davanti ad una splendida sorpresa.

E' un lungo viaggio, quello di Santa Lucia, che rende felici migliaia di piccoli ma che richiede alla cara vecchina molte energie per riuscire a completare il "giro" dei regali. Prima di andare a letto, cari bambini, è quindi buona norma lasciare sul balcone o sulla finestra qualche biscotto per Santa Lucia un po' fieno e latte per l'asinello che traina il carretto.

Poi, però, subito a nanna e guai a svegliarsi. E' proibito infatti, vedere la Santa: se sorpresa durante il suo viaggio, potrebbe gettare la cenere negli occhi di chi l'ha vista. Per questo, forse, si dice che il suo arrivo sia preannunciato dal suono di campanelle lontane.

Una leggenda, questa, che probabilmente nasce dalla vera storia di Santa Lucia, di origine siciliana ma le cui spoglie sono conservate a Venezia. Lucia subì il martirio sotto Diocleziano e prima di morire venne accecata. Oggi, infatti, è ricordata come la santa della luce.

-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------


FAR NASCERE CUCCIOLI DI GHIACCIAIO

(Inserito da Redazione il 8 Novembre, 2007 - 17:33)



Tutti sanno che le masse glaciali rischiano di scomparire. Ma come può nascere e crescere un “cucciolo” di ghiacciaio, è ignoto ai più. Il segreto, custodito da secoli in Karakorum, è la ricetta più antica del mondo: l’amore tra il ghiacciaio padre e il ghiacciaio madre, protetto e incoraggiato dalle sapienti mani delle genti di montagna.

Tra le genti montanare dell’Hindu Kush, i confini politici non hanno mai avuto particolare importanza. Nell’antichità, chi abitava sulle montagne che separano il fiume Oxus dall’Indo, poteva passare al di qua e al di là della catena piuttosto facilmente, attraversando diversi passi, tra i 4.000 ai 6.000 metri, che collegavano l’Afghanistan al Pakistan.

Si racconta che i contadini avessero ognuno due proprietà, una su un versante e una sull’altro. E che potessero portare da una parte all’altra il pranzo prima che si raffreddasse. Ma nel dodicesimo secolo, le milizie di Gengis Khan diffusero il terrore nelle valli meridionali dell’Hindu Kush e la gente, per proteggersi, decise di bloccare i passi.

Come? Facendo nascere dei piccoli ghiacciai sulla loro cima, e impedendo così l’accesso alle valli. Impossibile, penserà qualcuno. E invece la ricetta segreta per far venire alla luce un “baby ghiacciaio” esiste, e fu più che efficace. Tanto che è stata tramandata fino ai nostri giorni.

Si narra che ci vogliano, innanzitutto, due pezzi di ghiacciaio di sesso diverso. La leggenda vuole che i ghiacciai maschi siano quelli di colore bianco, candido. E le femmine, destinate a diventare madri, siano quelli scuri, neri.

Prima di unirli, però, è necessario preparare una sorta di “nido” con del fieno asciutto, degli aghi di pino, del terreno salato chiamato “rezg” e molta neve fresca. Il nido andrà posizionato nel luogo prescelto, che dovrà essere ad una quota superiore al limite della vegetazione e avere dei sedimenti, dell’argilla o della terra morbida. Ma soprattutto, non dovrà essere rivolto verso il sole.

Fieno, aghi e terra dovranno essere sminuzzati e mescolati. Poi, appoggiati con delicatezza sul luogo prescelto per la nascita del ghiacciaio, alternandoli a strati con la neve compressa. All’interno di questa specie di talamo nuziale, verranno posti il ghiacciaio maschio e il ghiacciaio femmina, che fondendosi daranno origine al piccolo, nuovo ghiacciaio che aumenterà di volume ad ogni nevicata.

Entro un anno, il “cucciolo” di ghiacciaio comincerà a crescere lentamente, e continuerà così per tre o quattro anni. Dopodichè l’attività glaciale comincerà a pieno ritmo e il ghiaccio crescerà sempre più in fretta.

Così nacquero i ghiacciai di Udren, Roshgol, Ziwar, Ujnugol, e Shagol, tutti sulla cresta dell’Hindu Kush che divide Pakistan e Afghanistan. Una sorta di muraglia cinese di ghiaccio, costruita con mezzi più limitati ma con eguale – se non maggiore – efficacia.

Ma si racconta che in Karakorum siano molti i ghiacciai nati con questa procedura. Dal 1895 in poi, tuttavia, gli inglesi colonizzarono il Pakistan e i contadini e Chitral ospitava dei militari britannici. I contadini, infatti, non ebbero più bisogno di difendere il territorio. Ma continuarono a far nascere ghiacciai per crearsi delle riserve idriche.

Oggi in pochi conoscono questa leggendaria e incredibile procedura. Ma molti progetti in Karakorum (tra cui Karakorum Trust, del Comitato EvK2Cnr) stanno tentando di recuperare queste bellissime tradizioni contadine, perché molti esperti credono che la saggezza popolare possa custodire le risposte a molti problemi ecologici del giorno d’oggi.



(Leggenda tratta dal testo: “Artificial glacier grafting: Indigenous knowledge of the mountain people of Chitral” di Inayatullah Faizi)

-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------


LA LEGGENDA DELLA BAITA DEL DIAVOLO

(Inserito da Redazione il 21 Settembre, 2007 - 14:26)


Un giorno di molti anni fa, due pastorelli di Ornica decisero di portare il loro gregge a pascolare in Val d'Inferno. Giunti sul posto, gli animali si misero placidamente a brucare e i due bambini iniziarono a giocare tra loro. Non si accorsero, così, che le pecore avevano risalito il pendio, alla ricerca di erba più verde e fresca.

Quando videro che il giorno iniziava a declinare, accortisi del fatto, furono costretti a salire sulla montagna, avvicinandosi sempre più alla sfinge, un'imponente roccia dalle inquietanti sembianza umane, che dominava dall'alto la valle.

La strada si faceva lunga, ma alla fine riuscirono ad avvistare la macchia del gregge. La paura era passata, il gregge era lì e non avrebbero dovuto continuare le ricerche, ora che il tramonto si avvicinava, e sentire le strilla dei genitori. Ripreso il fiato, corsero verso le pecore, per radunarle e scendere a valle. Ma da lontano una stringa di fumo indicava che qualcuno aveva acceso un fuoco nella vicina baita diroccata.

La curiosità li vinse e decisero di vedere chi fossero i viandanti fermatisi alla vacchia baita. Forse stavano cuocendo della polenta, e un piattino non glielo avrebbero rifiutato. Si diressero verso la baita, pregustando il caldo piatto. Prima di bussare, sbirciarono da un piccola finestrella, dietro un'inferriata.

La fame li abbandonò immediatamente, lasciandoli in balia di una forte paura. Un vecchietto raggrinzito, calvo e dalla lunga barba rimestava un paiolo sul fuoco del camino. Sul volto aveva un ghigno malefico mentre mescolava con un bastone nodoso delle monete d'oro! Non era polenta quella che stava cuocendo! A un tratto si girò per prendere delle piccole bacchette di ferro, pronte per essere trasformate in chiodi. Le fece a pezzetti e le mischiò alle monete. Non si trattava di un vecchietto qualunque, al posto dei piedi aveva due orrendi zoccoli: era il diavolo in persona!

I bambini, terrorizzati, si gettarono a capofitto giù, giù per il dirupo fino ad arrivare al paese. Lì raccontarono agli abitanti quanto avevano visto e i più coraggiosi decisero di tornare su, in baita, per vedere che stva succedendo. Ma quando giunsero alla vecchia casa non c'era più nessuno. Si vedeva che il fuoco era appena stato spento e ovunque c'erano segni che testimoniavano a favore della storia dei pastorelli. Fu così che la vecchia struttura diroccata venne soprannominata la baita del Diavolo.

-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------


LA LEGGENDA DELLA VAL D' INFERNO

(Inserito da Redazione il 7 Settembre, 2007 - 14:48)


La val d'Inferno è una ripida distesa di boschi e alpeggi che si spinge da Ornica fino al Pizzo dei Tre Signori. Il suo nome turba e insieme incuriosce i turisti che si avventurano tra i suoi pendii. Ma non è sempre stata chiamata così: molti anni fa, accadde qualcosa che la cambiò per sempre.

C'è stato un tempo in cui la valle si chiamava Fornasicchio, nome che probabilmente derivava gà dalla massiccia presenza di forni per la fusione nel fondo valle.

Ornica e il territorio circostante, infatti, sono sempre stati luoghi di estrazione e lavorazione del ferro. Il minerale, estratto a valle, era portato fino al paesino sulla schiena dei muli, per essere poi trasformato in chiodi. Proprio in questi luoghi prende vita la leggenda che dà il nome alla valle.

In tempi lontani, nella bocchetta tra il monte Torna e il lago Nero si trovava la maggior parte delle miniere di ferro e dei forno per la fusione. La fornace più grande era stata assegnata in gestione a degli stranieri, esperti nel mestiere. Totalmente dediti al proprio lavoro, gli uomini non uscivano dalla fucina e non avevano contatti con gli abitanti del posto.

Secondo la leggenda, quando i forni erano a corto di carbone e legna, i forestieri prendevano un abitante di Ornica e lo gettavano nella fornace. I paesani, sempre più intimoriti dalle voci che circolavano su quel luogo, iniziarono a chiamarlo valle dell'Inferno.

Dopo aver a lungo sopportato le cattiverie dei gestori del forno, gli abitanti decisero però di ribellarsi. I capofamiglia di Ornica fecero un'assemblea e decisero di invare un'ambasciata di tre uomini a Venezia per chiedere rinforzi.

I tre inviati fecero ritorno con un carro di archibugi e bombarde. Rafforzati nell'animo dall'aiuto dei veneziani, gli abitanti costruirono in quattr'e quattr'otto un fortino nella localita Piazze. Qui sistemarono le armi e iniziarono a far fuoco sui malvagi stranieri. Spararono con tale convinzione sui forni da distrruggere in poco tempo tutta la struttura. I forni e i cattivi gestori sparirono per sempre, ma la valle rimase per sempre legato al nome dell'Inferno...

Candida Cereda


Torna ai contenuti | Torna al menu