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...ALTRO DEL SITO > MONTAGNA: STORIE LEGGENDE
LE FIGLIE DELLE NEVI
(Inserito da Redazione il 10 Novembre, 2006 - 18:14)
Nel cuore di un'alta montagna che si elevava al cielo con ripidi pareti, si apriva, in quei tempi, una vasta grotta: era la tana di un gigantesco dragone volante, a nome Scrik, che col suo unico occhio rosso e luminoso affascinava uomini e animali e col fiato velenoso diffondeva attorno la morte. Guai a colui che capitava tra le sue spaventose grinfie!
Per fortuna gli era concesso di uscire dalla grotta una sola volta l'anno, all'inizio della primavera. Trasvolava allora l'aria con un rombo sinistro che agghiacciava i cuori dei poveri valligiani del Grindelwald; e sul suo passaggio erano valanghe, inondazioni e la distruzione di ogni cosa. Il suo volo era peggio di un uragano. Quando si avvicinava la primavera e già si sentiva nell'aria l'alito infocato del drago, gli uomini si chiudevano nelle loro capanne, le donne pregavano, i bambini piangevano atterriti, e tutti attendevano con ansia indescrivibile il volo di Scrik.
Che cosa non era stato tentato per liberare la valle dal mostro? I giovani piú ardimentosi erano partiti, armati di tutto punto, per uccidere il drago dentro la sua tana: i disgraziati non avevano più fatto ritorno. Santi eremiti avevano tentato gli esorcismi e le preghiere. Ma tutto era stato vano fin allora.
Un giorno, giunse nella valle un menestrello straniero, che, accompagnandosi all'arpa, cantava melodiose canzoni. Si chiamava Singo e fu ospitato nella piú ricca fattoria del villaggio, abitata dal pastore Bacalp. Singo conquistò coi suoi canti il cuore di quei rudi alpigiani, che nelle dolci melodie ritrovavano la pacata bellezza delle loro montagne.
Passò l'inverno, giunse la primavera con la notte terribile del volo: e il menestrello divise coi suoi ospiti le ansie di quelle tragiche ore. Egli si era affezionato in modo particolare alle due piccole figlioline gemelle del pastore, Singeli e Sceneli. Si baloccava con esse, le accompagnava nelle loro corse sui monti, le cullava la sera coi suoi canti; e ben presto, alla scuola del loro affettuoso maestro, anche le due bimbette divennero cantatrici abilissime.
Passarono gli anni, e le due bimbe divennero due stupende giovinette, assai diverse dalle altre ragazze della valle. Singo le aveva trasformate. I loro modi erano gentili, le loro menti aperte e raffinate, il loro cuore generosissimo. E queste doti facevano risaltare anche di piú la loro delicata bellezza. I valligiani le chiamavano "le Figlie delle Nevi", tanto era bianco il colorito della loro pelle. Singo aveva insegnato loro anche l'arte di guarire i mali con le erbe alpine, e perciò tutti in paese e nei paesi vicini ricorrevano a loro quando erano malati, e benedicevano le brave fanciulle e il loro maestro quando poi guarivano.
Ma, un brutto giorno, Singo chiamò in disparte il pastore e gli disse: "Amico mio, tu mi hai ospitato per tanti anni nella tua casa e puoi immaginare se te ne sono grato. Ho cercato di ricompensarti come potevo, educando al bene le tue belle figliuole. Spero che sarai contento di me. Ora io debbo partire e tornare al mio paese. Non dir nulla di questo a Singeli e a Sceneli, per risparmiar ad esse e a me il dolore della separazione. Partirò stanotte, di nascosto. Ho diviso con te e con voi tutti di questo paese le vostre ansie durante le tremende notti del drago volante e nulla ho potuto fare purtroppo per liberarvi da questo flagello. Ma ascoltami bene. Le tue figlie sono diverse dalle altre giovinette: in loro c'è qualcosa di sacro, hanno il dono di una voce che affascina e vince ogni cuore piú duro. Esse sole potranno liberare la valle dal mostro orribile. Lasciale dunque andare incontro al mostro quando uscirà dalla caverna. Non ti opporre al loro destino".
Da quel giorno il povero pastore visse in grande angoscia. Ripensava alle parole di Singo, e una tremenda lotta si dibatteva nel suo cuore tra l'amore per le figlie e l'amore per i suoi simili e per la sua terra. Quando si avvicinò la notte di Scrik, chiamò le due ragazze e ripeté loro le ultime parole del menestrello.
"Fate voi quel che volete: io vi lascio libere nella scelta".
"E perché - risposero le fanciulle - non dovremmo compiere il nostro destino? Lasciateci andare a liberar la valle dal mostro. Se questo ci sarà concesso, che valore può avere la nostra vita?".
Ben presto la notizia si sparse per tutta la valle, mentre i segni premonitori del flagello facevano prevedere vicina la terribile notte. Tutti i pastori vollero accompagnare le due fanciulle votate al sacrificio che, abbigliate di veli bianchi come se andassero nozze, salirono verso la caverna del mostro Giunte al luogo designato per l'incontro fatale col drago, i pastori, muti e commossi, salutarono le Figlie delle Nevi.
Verso la mezzanotte, scoppiò un violento temporale. Tra i tuoni e i lampi, si senti distintamente il batter d'ali del drago e il sibilo lungo che usciva dalla sua bocca di fuoco. Poi un urlo nuovo e terribile si diffuse per l'aria e tra tanto fragore, giungevano a tratti i dolci tocchi di un'arpa e un canto appassionato soavissimo. Erano certo le due angeliche fanciulle che cantavano con la loro arte piú pura.
I valligiani attesero l'alba pregando. E appena apparì il primo chiarore, uscirono ansiosi dalle loro case, salirono sul luogo dove il giorno innanzi avevano lasciato le due fanciulle. Di esse non c'era piú nessuna traccia. Ma un pastore accennò col dito la cima del monte dove era la grotta del drago. Tutti guardarono, e un grido di stupore usci dalle loro bocche. Sulla cima nera della montagna apparivano adesso due macchie candide che prima non c'erano, che non c'erano mai state.
"Le due gemelle!" gridarono.
E il gran foro che segnava l'ingresso della grotta era scomparso.
Il drago da allora non apparve piú e la valle fu liberata per sempre dal terrore. E nelle calde notti primaverili, in cui soffia il Fhon, penetra nel fondo delle anime umane un desiderio infinito di bontà: è l'eco del canto delle due sorelle che si fonde col mormorio del vento.
Fiaba svizzera
Storie e ed altri materiali per bambini sul sito Quaderno a Quadretti della Maestra Tiziana
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COME NACQUERO LE STELLE ALPINE
(Inserito da Redazione il 25 Ottobre, 2006 - 09:33)
La Regina delle Nevi era una fata bellissima. Pastori e cacciatori che s’inerpicavano lassù, sulle vette eccelse delle Alpi, dove regnano le nevi perpetue, restavano incantati della sua tanta bellezza e avrebbero dato qualunque cosa per poterla sposare.
Davano infatti quasi sempre la vita. Perché una legge implacabile del destino impediva che la Fata potesse sposare un mortale. La Regina delle Nevi del resto doveva aver proprio un cuore di ghiaccio: attirava presso il suo palazzo di cristallo i malcapitati, li accoglieva benevolmente, poi, sul più bello, appena essi le domandavano di sposarli, sbucavano fuori, a un suo cenno, migliaia e migliaia di folletti da tutti i crepacci delle rocce.
Erano tanti e tanti, che non se ne vedeva la fine e, circondando il pretendente e sospingendolo verso l’abisso, lo facevano precipitare giù per i picchi dirupati. Il giorno dopo qualche alpigiano ritrovava il suo cadavere sulla riva del torrente.
Un giorno, questa sorte crudele toccò a un giovane ardito cacciatore di camosci, il più bel giovane che si fosse mai veduto al mondo. Aveva visto la Regina delle Nevi in una rosata aurora di maggio e n’era restato cosi affascinato che, tornato in pianura a casa sua, non aveva più trovato pace e non pensava che a lei.
Era timido e ingenuo, e perciò non osava ancora rivolgere alla bellissima Regina la fatale domanda di nozze: ma, da quel primo giorno che l’aveva ammirata, era tornato più volte nel regno delle nevi per aver la possibilità di rivederla ancora. Si sedeva ai piedi di lei, taciturno, e stava ore intere a contemplarla senza nemmeno muoversi.
La Fata era in verità commossa di questa muta ammirazione. E siccome il giovane non domandava di sposarla, non c’era ragione di chiamare l’aiuto dei folletti. Forse anche, chi sa, senza avvedersene, la Fata gli si era affezionata. E se non ci fosse stata la legge del destino a vietarle le nozze con un mortale, forse quello era l’unico uomo che si sarebbe adattata a sposare.
I folletti se ne erano accorti e temendo che la loro Regina potesse un giorno trasgredire la legge e attirare nel regno il castigo, di loro spontanea iniziativa, senza aver avuto alcun ordine dalla loro sovrana, anzi a sua insaputa, una volta che videro il giovane salire le balze dirupate del monte, lo attorniarono e lo spinsero nell’abisso sottostante.
Era il tramonto e le torri lucenti del gran palazzo di cristallo, dimora della Regina, erano tutte rosate per l’ultima carezza dei raggi del sole morente. Da una finestra del palazzo, la Regina delle Nevi aveva visto ogni cosa.
Era fatale che fosse cosi, ma il cuore di ghiaccio della Regina delle Nevi si era a poco a poco mutato in un povero cuore sensibile di donna: dai suoi occhi divinamente belli scesero calde lacrime che, rotolando giù, come vive perle, sulla superficie levigata del ghiacciaio, scesero tra le rupi e li si fermarono, cambiandosi in piccole stelle d’argento.
Così nacquero le stelle alpine ("edelweiss" in tedesco), che spuntano proprio sul margine dei precipizi per ricordare, agli audaci che vogliono coglierli sfidando il pericolo, l’antica storia d’amore e di morte del giovane cacciatore di camosci che amò segretamente la Regina delle Nevi e fu da lei segretamente riamato.
Leggenda svizzera
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LA BELLA DORMIENTE
(Inserito da Redazione il 3 Ottobre, 2006 - 16:25)
Era il tempo in cui potenti maghi con le loro alchimie abitavano ancora le vallate del Canavese. Grandi esseri, ammirati, odiati, e temuti dal popolo delle valli. Non erano umani, ma nefandezze degli Dei, incastri magici tra uomini e cielo.
Tra questi si distingueva per malvagità e forza Nestòrh. Nestòrh l'immortale; l'unico che si poteva avvicinare agli Dei e guardarli negli occhi senza temerne lo sguardo; il solo che era arrivato alle soglie della conoscenza della Vita e della Morte.
Gli Dei lo temevano e non potevano sopportare che una loro creatura avesse acquisito una così grande potenza e arroganza. Era venerato dagli uomini alla stregua di un Dio; in suo onore si innalzavano roghi e si sacrificavano capretti.
Si aggirava per i campi, solitamente in forma di lepre; certe volte qualcuno lo aveva visto in foggia di roccia rotolare per il pendio di una montagna, altre volte in forma d'alce si abbeverava sulla riva di un fiume. L'apparenza della forma non gli apparteneva e solo di essenza era la sua natura.
Gli Dei decisero di non poter sopportare oltre l'ardire e la forza di un tale essere che non era che una loro creatura. Avevano sì dato a Nestòrh un grande potere, ma gli avevano lasciato la vulnerabilità dei sentimenti. Diedero una figlia a un contadino di nome Gustavo, e questa avrebbe dovuto essere il dardo da scagliare contro Nestòrh, per aprire una breccia nel divino e ricordargli la sua parte umana.
Bella e gioiosa crebbe la figlia di Gustavo; Eloise era il suo nome, e grande gioia donava ai suoi genitori. Nestòrh non poté non vedere quanto di buono era nato da quella povera famiglia di contadini; ora non si trasformava più in roccia o alce, ma sempre se ne stava davanti alla casa di Eloise; certe volte non resisteva alla tentazione di mutarsi in glicine e farsi cogliere da lei. Altre volte dall'alto la guardava, e in forma di gufo la notte la proteggeva posandosi sul balcone della sua casa.
Vennero giorni tristi, in cui Eloise si ammalò e fu a rischio di morire; e Nestòrh, che mai prima aveva guardato gli Dei dal basso, si prostrò ai loro piedi e ne chiese salva la vita. Gli Dei acconsentirono, ma a una condizione: che mai più Nestòrh avesse potuto affrontarli da suo pari, e che mai più egli avesse osato sfidarli; e Nestòrh accettò.
Ma poco dopo la guarigione di lei comprese che era stato ingannato, che il suo amore per Eloise lo aveva reso umano e che si era fatto tradire dai suoi sentimenti. Fu allora che decise di punire la debolezza umana, che aveva distrutto la sua parte divina.
Prese Eloise, una notte che dormiva, e la portò sulla montagna. Qui decise che avrebbe per sempre dovuto essere visibile così come lui l'aveva vista quella notte.
La pose sul bordo di un dirupo e per punire i sentimenti degli uomini decise che se qualcuno avesse guardato Eloise, ogni sguardo a lei donato, fosse d'amore o d'odio, avrebbe reso più profondo il suo sonno in forma di pietra. Fatto questo si gettò nel vuoto, e non più si trasformò in aquila o tentò di salvarsi, ma si lasciò cadere e svanire nel tempo.
Da allora il castigo di Nestòrh ricade su Eloise, e ogni volta che qualcuno guarda a lei accresce il potere del suo incantesimo, che mai potrà svanire sino a quando anche un solo essere possa guardare con occhio umano la “Bella Dormiente”.
N.B. La catena montuosa della Bella Dormiente troneggia sulla pianura canavese ed è costituita dai monti Verzel (2.444 metri) e Quinzeina (2.344 metri): il suo suggestivo profilo ricorda quello che di una donna addormentata.
Enrico Trione
Fonte: http://www.unafiabaperlamontagna.it
Enrico Trione nel 2001 si è classificato secondo al concorso “Leggenda cercasi – La Bella Dormiente ”, bandito dal sito “Canavese Web”, con il testo “Una favola”.
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COME NACQUE LA NEVE
(Inserito da Redazione il 22 Settembre, 2006 - 12:22)
Molti conosco la fama della Carnia come terra ricca di leggende. Ma che sul monte Crostis (2.250 metri) fosse nata la neve, crediamo siano davvero pochi a saperlo.
Racconta questa leggenda che si era alla fine del mese di marzo, e che i primi segni della primavera cominciavano già a farsi sentire. Cominciò d'un tratto a fuoriuscire un leggero vapore dalla terra, che si alzava sempre più in alto, fino ad arrivare a ricoprire i fiumi, i laghi, le pianure, i boschi e il monte Crostis.
E più il tempo passava, più si faceva tutto bianco. Un bianco sempre più denso. così ogni cosa venne circondata e avvolta da quello che era ormai diventato una sorte di mare di nebbia candida.
Ma ecco che, ad un certo punto, venne fuori una pecora che andò su per la salita di Tualis, attraversò il bosco e svelta come un capriolo corse sulla cresta della montagna fino su all'ultima cima, poi con un grande salto arrivò su nel cielo.
Dietro di lei arrivò una seconda pecora, poi una terza, poi dieci, cinquanta e cento...
Allora sugli infiniti prati dal cielo iniziò una gara, vivace e graziosa. Le pecore correvano leggere una più dell'altra e gli angeli volavano loro attorno e cercavano di fermarle afferrandole per i riccioli del loro vello di lana.
Ma le pecore si liberavano, lasciando tra le mani degli angeli i boccoli del loro soffice mantello. Ad un certo punto arrivò anche il vento ad unirsi a questa specie di gioco.
La lana sfilacciata, leggera dondolava nel vento, rilucendo al sole che stava salendo dietro le cime. i Fiocchi candidi giravano attorno a sé stessi in una danza leggera, si alzavano su in alto e poi piano piano venivano giù, venivano giù...
La nevicata è andata avanti fitta, fitta, per tutta la notte, poi alle prime luci dell'alba la nuvola cominciò ad aprirsi e, sotto la luce incerta del primo mattino, la terra mostrò i monti coperti dal bianco mantello.
A questa vista rise appagato perfino il sole, che si alzava sul monte Crostis, come per una stregoneria che era riuscita bene.
Renzo Balzan
Fonte: Donne in Carnia