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...ALTRO DEL SITO > MONTAGNA: STORIE LEGGENDE

LA LEGGENDE DELLA MANICA

(Inserito da Redazione il 19 Aprile, 2006 - 17:46)

La terza leggenda proveniente dall'alta Valcamonica. La storia di una contadinella paurosa che riesce a sfuggire alle fin troppo premurose attenzioni di un ardito cavaliere.


(proposta da Antonio Stefanini)

II teatro della leggenda che narrerò non si localizzi, per carità, nel Canale della Manica, ma in Val di Corteno, sulla strada Valeriana, a circa cento passi ad oriente dei primi cascinali di Dambino, ove scendendo ben incavato nel monte con dirupi aspri, sbocca un canalone - in dialetto «Valé» - detto della Manica.

Il perché di questa denominazione si saprà alla fine della leggenda. Intanto, io l’incomincio.

In un pomeriggio estivo, tutto sole e arietta, una contadinella forse diciottenne, pascolava il proprio gregge nella radura in fondo al canalone. Vispa e snella come una capretta, vestiva un ben attillato turchino con alle reni cento pieghe, un candido grembiule di lino, un variopinto «apis» al collo, il capo nudo con una bella aureola di spadine d’argento.

E che viso da Madonnina! In esso brillavano due occhietti mobilissimi, celesti, che essa, di quando in quando, fissava a destra e a sinistra della strada come se temesse l’arrivo di qualcuno.

In piedi, sopra un dossetto, faceva la calza e cantava. Ad ogni rumore strano sospendeva il lavoro e si assorbiva in profonda attenzione. Pareva pronta a fuggire a gambe levate.

E aveva ragione la poverina di non essere tranquilla! A quei tempi le ragazze erano sempre in pericolo d’essere trafugate. Tutti i giorni ne scomparivano e di esse non si sapeva più nulla.

Venivano rapite da bravi o “büli”, armati da capo a piedi, a servizio di terribili signorotti che abitavano in palazzi misteriosi e pieni di trabocchetti.

La giovinetta, dopo un po’ di tempo, stanca della continua tensione nervosa, si sedette sull’erba all’ombra d’un ontano, appoggiandosi ad un masso con la schiena. Senza avvedersene e con lo sguardo rivolto alle sue buone pecorelle, s’appisolò.

Dormiva forse da cinque minuti, quando uno scalpitio di cavallo la svegliò, facendola balzare in piedi. Con gli occhi sbarrati guardò verso il ponticello. Un bel cavallo bianco, montato da un giovinotto, avanzava al trotto dal ponte.

La giovinetta si sentì il sangue dei piedi salire alla testa. Fece per fuggire, ma le sue gambe come paralizzate, non potevano muovere un passo. Il cavaliere, chiuso in una lucente corazza e con spada e pugnale pendenti ai fianchi, ornato d’un lucente cappello piumato, appena vide la ragazza, cominciò a sorriderle con due occhi che sembravano di fuoco.

E quando le fu vicino si mise a dirle tante paroline dolci, facendole proposte poco a modo. Visto che la giovinetta non riusciva a pronunciare parola per lo spavento, egli tentò d’incoraggiarla con carezze ed altri sorrisi più convenienti.

Adirato per non essere corrisposto e sentendo avanzare dei passi, toccò la contadinella in una manica, soggiungendo: «Arrivederci questa sera al Belvedere!». Quindi spronato il cavallo, con un sogghigno, sparì al trotto dietro la svolta della strada.

La poveretta rimase come un sasso tra i sassi e, riavutasi alquanto, si mise a correre su e giù come una pazza, piangendo ad alta voce. Ebbe speranza nei passi che aveva udito, ma non comparve alcuno. Sapeva ormai che avrebbe dovuto obbedire all’ordine del cavaliere che di certo era un «bülo». Con occhiate ed incantesimi questa gentaglia riusciva a raggiungere ogni suo scopo su persone ed animali.

Si sedette quindi sopra un tronco di larice disteso lungo il ciglio della strada e continuò a singhiozzare con la testa tra le mani, pensando alla sua triste sorte. Invocò i genitori, i parenti tutti, Dio, la Vergine, i Santi e poi si mise a recitare il Rosario con gran devozione.

Non si curò più del gregge che s’era sbandato e nemmeno della calza, caduta sulla strada, mentre il gomitolo era precipitato nel torrente.

Terminata la preghiera, la contadinella si sentì un po’ di calma nel cuore e pensò che il cavaliere si fosse dimenticato di lei. Sospirando profondamente, come per acconsentire al suo desiderio, si levò in piedi e, asciugatasi gli occhi con un lembo del grembiule, chiamò la pecora nera con al collo il campanaccio di richiamo.

Stava salendo per la radura, attaccandosi a ramoscelli d’ontano verde onde non cadere, quando, proprio mentre non se l’aspettava, si sentì tirare per la manica toccata. Gettò un urlo di spavento e con quanta voce aveva in gola si mise a chiamare ed a gridare soccorso.

Una donna dei Tonte, alle Scale, udì e, accorrendo premurosa su un greppo da dove poteva vedere la giovinetta, le chiese: «Ma che hai?».

«M’hanno toccato!».
«Dove t’hanno toccata?».
«Nella manica!».
«Taglia la manica!»

La contadinella, senza perder tempo, dato di piglio alle forbici appese ai legacci del grembiule, tagliò la manica che sparve immediatamente verso l’Aprica. Piangendo di gioia per essere riuscita a sfuggire al maleficio e ringraziando il Cielo, raccolse le sue pecore, svelta svelta... e la giovane tornò a Galleno e non fu mai più vista andar sola.

La manica apparsa improvvisamente sul piatto del bülo che pranzava al Belvedere, fece questi andare su tutte le furie, tanto che per sfogarsi, con la spada, spezzò le stoviglie che erano sul tavolo.

da "Leggende e tradizioni della Val di Corteno da Edolo all’Aprica " di Giacomo Bianchi (1905-1996) edito da La Compagnia della Stampa 2005 – Roccafranca BS.


Leggenda proposta da Antonio Stefanini
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LA LEGGENDA DELLA LUNA

(Inserito da Redazione il 12 Aprile, 2006 - 15:15)

Questa settimana vi proponiamo la seconda delle leggende provenienti dall'alta Valcamonica. La storia narra la disavventura di un contadino e della sua sete di latte...


(proposta da Antonio Stefanini)

Una volta un contadino, che non aveva né mucche né capre, si sentì punto dal desiderio di avere un po’ di latte per farne formaggio e ricotta, di cui era tanto ghiotto. Stabilì d’andarlo a rubare in un cascinale poco lontano dal paese. L’avrebbe fatta franca, di certo, poiché i padroni, di notte, ritornavano a casa e il luogo era fuori mano, quasi sempre deserto.

Giunse così la notte propizia. Nero il cielo, nera la terra, nebbie fittissime che scendevano quasi alle falde dei monti. Attese che le strade fossero silenziose, le porte chiuse, i lumi ad olio spenti e poi uscì di casa con due secchie sopra la spalla destra, ppese agli estremi d’un bastone ricurvo.

Trattenendo il fiato per non destare i cani che, per istinto, penetrano le intenzioni degli uomini. Appena giunto fuor dell’abitato, infilò rapidamente il sentiero che conduceva al cascinale che in un batter d’occhi raggiunse.

Deposte le secchie sul limitare della cucina, guardandosi bene dal non far cantare i manici, con occhi dalla pupilla dilatata quanto un soldo, frugò i dintorni e tese l’orecchio. Nessuno, fuorché lui e la propria coscienza che gli rodeva il cuore.

Cercò svelto la chiave nei buchi dei muri, attorno allo stipite, in terra. La trovò sotto un sasso. In un attimo aprì. E ad uno ad uno affondò i recipienti nella caldaia e li ritrasse colmi, bianchi di panna e gocciolanti allegramente come fontane.

Li trasportò fuori, chiuse, rimise la chiave nel suo sito, e dopo aver pulito la lamiera esterna della secchia con delle buone leccate, si dispose cautamente al ritorno, a passi corti e sicuri per non far traboccare il latte, appoggiandosi ad un badile che per caso gli era capitato tra mano, sulla porta della cucina del cascinale.

Ma quando fu circa a metà sentiero, in una radura del querceto, con indicibile spavento, il contadino ad un tratto vide le nubi biancheggiare a mezzo il cielo, e poi aprirsi e mostrare un maestoso plenilunio.

Il ladro ebbe paura, perché in quel tempo la luna era viva. Vedeva, udiva, parlava e poteva scendere sulla terra a castigare i malvagi, Allungò il passo con grande scapito del latte e si nascose dietro un cespuglio di spini.

Ma l’astro, ai cui occhi nulla sfugge, adocchiò il tristo e, con severo cipiglio, si mise a parlare con voce di tuono: «Esci dall’ombra e ripara al male fatto, se non vuoi che ti smascheri di fronte alla gente del paese».

A quelle parole, l’uomo restò a bocca aperta, con gli occhi sbarrati come vipera colpita da un sasso alla coda. Si sentì come un cerchio di ferro intorno al capo, un caldo addosso, suoni e fischi negli orecchi, cuore che voleva venir su per la gola, gambe che non volevano più portarlo, roba che non voleva più star rinchiusa.

Però, dopo pochi minuti di smarrimento, riuscì a raccapezzarsi e ad essere padrone di sé. Visto che la luna continuava a brontolare, chiamando in suo aiuto l’eco dei monti e l’urlo del vento, depose le secchie, e, con l’energia propria che sorge in noi quando si vuole uscire da una circostanza pericolosa, si mise a lanciar badilate di terra alla brontolona per tapparle la bocca, oscurarla, offenderla.

La luna, allora, indignata da tanto oltraggio, si precipitò sul ladro, gli fece rimettere le secchie di latte sulle spalle, e, portatolo in cielo, lo condannò a viaggiare con sè fino alla fine del mondo, sempre sotto il peso del furto, tutto in lacrime, a perpetua condanna dei ladri.

Il popolo, durante il plenilunio, assicura di distinguere chiaramente l’uomo col latte. E le madri, per infondere nei figlioletti l'orrore al furto, raccontano spesso la leggenda della luna.

da "Leggende e tradizioni della Val di Corteno da Edolo all’Aprica " di Giacomo Bianchi (1905-1996) edito da La Compagnia della Stampa 2005 – Roccafranca BS.
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LA STRANA STORIA DEGLI UOMINI-LUPO

(Inserito da Redazione il 4 Aprile, 2006 - 09:50)

Dopo il trittico dedicato alla Valtellina, per i prossimi cinque appuntamenti sarà la Valcamonica a farla da protagonista. Leggende e tradizioni tramandate di padre in figlio, proposte per montagna.org da Antonio Stefanini.



Una sera d’estate, un certo Radici di Doavo tornava dalla Valtellina con il suo asinello carico di granoturco che aveva comprato alla fiera di Tirano.

Era solo, era molto tardi e un magnifico plenilunio gli faceva compagnia, illuminandogli il viottolo erto e dirupato degli «zappelli» d’Aprica. Tanto l’asino che il suo padrone lo salivano sbuffando.

Si faceva pure sentire il caldo, perché di giorno il sole era stato di fuoco. Incominciava la siccità. Le viti, verso il tramonto, avevano le foglie appassite, le erbe e i trifogli dei prati, le celidonie sui muri avevano il capo chino al suolo.

Quando l’uomo si trovò nei pressi dell’Aprica, vide con suo grande raccapriccio, staccarsi da un bosco di noccioli, due ombre di animali e lentamente piantarsi in mezzo alla strada. Erano due enormi lupi.

L’uomo incominciò a tremare di paura e l’asino a tirarsi sull’orlo della via per scansarli. Ma le due fiere, anziché mettersi ad urlare, come è lor costume quando sono in vista della preda, si misero ad annusare piedi, scarpe e mani dell’uomo. Il granoturco, il muso, gli zoccoli dell’asino, emettendo guaiti che sembravano singhiozzi.

Però, di tanto in tanto, a mezza voce, parlavano, dicendo: «Ti mangio! Ti mangio!». Ma invece d’accompagnare le parole col naturale gesto di assalto, si mantenevano tranquilli e buoni come agnelli.

L’asinaio capì che i due non dovevano essere veri lupi, perché in tal caso avrebbero dimostrato la loro natura aggressiva e spietata. Piuttosto potevano essere due persone trasformate in lupi da qualche maleficio.

Li invitò quindi, a seguirlo fino a Doavo, dove li avrebbe sfamati. Come due cani, i lupi seguirono il Radici fino a casa. Questi mantenne la promessa. Infatti, munta una secchia traboccante di latte da due mucche, la mise in un mastello.

Vi aggiunse un bel po’ di pane di segale, confezionato durante le Tempora di Natale e invitò i due lupi a mangiare. Naturalmente costoro non si fecero pregare e in un batter d’occhio lasciarono vuoto il mastello.

Leccandosi i baffi, se ne andarono contenti con la coda alzata, facendo inchini al loro benefattore e rifugiandosi poi nel querceto accanto. Le due belve non furono più viste né il giorno seguente né poi.

Un giorno il nostro uomo si trovava alla fiera di Tirano per i suoi soliti acquisti di granoturco e riso. Stava contrattando per quest'ultimo. Pochi soldi di differenza mancavano all’accordo, quando un signore di bell’aspetto e dall’aria distinta si presentò al Radici, chiedendo di parlargli.

Il poveruomo rimase di sasso. Concluse subito il contratto e si dispose a seguirlo con una tremarella da non dire. Aveva udito parlare, parecchie volte, di cattivi signori che, avevano attirato contadini innocenti nei loro palazzotti, li facevano morire atrocemente fra le lame di spaventosi trabocchetti.

Ma il nobile signore, intuendo il segreto tormento del contadino, gli disse subito: «Non temete! Non vi capiterà nulla di quanto sospettate. Sapete chi sono io? Io sono uno di quei lupi che voi avete sfamato a Doavo! Il pane delle Tempora di Natale mi ha liberato dal maleficio di una terribile strega.

Chissà quanto tempo avrei dovuto rimanere in veste di lupo, se non avessi trovato voi! Ebbene, io vi sono infinitamente grato e perciò voglio premiare la vostra bontà. Venite a casa mia: non temete insidie, quanto i signori sono vendicativi, altrettanto sono riconoscenti».

Ciò detto, preso a braccetto il contadino, lo condusse a casa sua, un superbo palazzo di Tirano, con sale splendenti come il sole per ori e argenti, con enormi specchi che toccavano terra e letti che parevano baldacchini di chiesa.

Diede in suo onore un pranzo che sbalordì il povero contadino, che non avrebbe immaginato neanche se ci avesse pensato cent’anni, a cui intervennero cavalieri e dame, lucenti come l’acqua al sole, e pieni di sorrisi e di compiacenza per il confuso ospite che, seduto al posto d’onore, non sapeva come fare a mangiare, nonostante i dolci incitamenti dei commensali.

Terminato il pranzo, il Radici fu chiamato in uno stanzone accanto, dove il riconoscente principotto gli regalò una borsa di scudi d'oro, gli ripeté mille e mille volte il suo grazie riconoscente e lo congedò, assicurandolo della sua protezione in ogni evenienza.

Il nostro buon uomo, gongolante di gioia, dopo aver salutato e ringraziato come poteva il generoso signore, partì verso il paese. Era sera, gli ultimi raggi del sole investivano Trevigno.

Giunse a Doavo a notte fonda e più felice d’un papa. La strada non l’aveva neppure vista, sembrava che avesse avuto non un paio di ali, ma due, tanto era il desiderio di portare la splendida notizia ai suoi che l’attendevano ansiosi sulla strada.

Il giorno dopo, non solo Doavo sapeva la novità, ma tutta Corteno. Il Radici fu fiero di raccontare a tutti la bella avventura e terminava il suo quasi favoloso racconto, raccomandando a tutti di fare del bene, il quale presto o tardi si trova sempre.

da "Leggende e tradizioni della Val di Corteno da Edolo all’Aprica" (e oltre) di Giacomo Bianchi (1905-1996) edito da La Compagnia della Stampa 2005 – Roccafranca BS.
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E DIO POSO' LO SGUARDO SULL' ADAMELLO...

(Inserito da Redazione il 28 Marzo, 2006 - 17:43)

In questa puntata vi raccontiamo una leggenda che affonda le radici nella notte dei tempi. Ambientata nello splendido paesaggio dell'alta Valcamonica.




Narra una leggenda popolare camuna che quando il buon Dio ebbe plasmato il primo uomo, non sapendo che nome dargli, si guardò intorno nel Creato e, fermato lo sguardo sull'Adamello, pensò che non avrebbe potuto fare cosa migliore di chiamarlo in modo simile all'imponente massiccio: Adamo.

Il Buon Dio gli destinò un luogo in cui prosperare insieme alla sua progenie: la grande vallata ai piedi della maestosa montagna, la Valle Camonica .


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